Lavoro da remoto e sicurezza informatica: c’è da preoccuparsi?

In piena espansione dello smart working, il tema della protezione e dei dati e della cyber security in senso lato emerge con forza. Secondo diverse ricerche la preoccupazione è sempre più diffusa

Il lavoro da remoto sta garantendo un continuum delle attività professionali e rappresenta una grande opportunità per tutti. Non ci stancheremo mai di evidenziare quanto questa crisi sanitaria abbia forzato le organizzazioni a intraprendere un cambio di rotta verso una gestione del lavoro di tutti all’insegna della flessibilità e del digitale.

Lo smart working, tuttavia, ha alcuni lati oscuri che stanno venendo a galla durante queste settimane. Oltre all’isolamento, un altro problema da gestire è quello della sicurezza informatica. 

Quanto sono in sicurezza i dispositivi  personali o aziendali che vengono utilizzati per lavorare da casa (Working from Home Devices)?

Una recente ricerca di Gauntlet Risk Management su un campione di lavoratori da remoto nel Regno Unito ha evidenziato che il 14% lavora da casa (o ci lavora un loro familiare), ma che la propria azienda non ha fatto alcun controllo per verificare se i loro dispositivi abbiano installati o meno software anti-virus o attivate altre misure per la cyber security

L’80% del campione ha rivelato che la propria azienda non aveva nessuna policy di sicurezza informatica o procedure specifiche persino prima del lockdown e il 9% ha dichiarato che la password per accedere alla wifi interna era diffusa tranquillamente. 

Il 6% dell’intero campione e il 14% dei londinesi ha rivelato di partecipare a video call di lavoro in modo regolare ma che non utilizzano mai una password per accedere al meeting. Il 4% (8% a Londra) utilizza una password, ma è sempre la stessa. 

Solo il 55% ha idea di cosa sia un malware e un terzo non ha mai sentito parlare di phishing

Il sales director di Gauntlet Risk Management Andy Parkin così commenta i risultati dell’indagine: “La survey ha confermato quanto già immaginavamo a proposito di cyber security e lockdown, ovvero che è sfortunatamente inadeguata e che i datori di lavoro sono in molti casi impreparati. In quattro casi su cinque non avevano nessuna policy in tal senso da seguire”.

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