Now that we can do anything, what will we do?

Il dilemma della scelta in un mondo con infinite opzioni.

È LA FORMULA DELL’IPER-SCELTA come risposta ad ogni possibile necessità umana che ci ha spinti prima a costruire supermercati-monstre con km di scaffali e migliaia di prodotti, poi si è tradotta in store virtuali con cataloghi sterminati di articoli da farci spedire a casa in pochi click, infine in milioni di app e servizi che promettono di rispondere ad ogni nostra possibile esigenza quotidiana. Internet e le tecnologie digitali ci hanno regalato un’abbondanza di scelta e di informazioni al servizio di questa scelta che indubbiamente ci si è, in qualche modo, semplificati la vita. Ma ci si è anche resi tutti schiavi della “tirannia della scelta”.

E il risultato finale è che siamo, secondo alcuni studi, appesantiti da qualcosa come 35.000 micro-decisioni al giorno. È il ben documentato fenomeno della “fatica da decisione” (Decision Fatigue): il tempo, l’attenzione e lo stress necessari a una scelta aumentano, proporzionalmente, all’aumentare del numero di opzioni possibili. Oltre al fatto di esporci quotidianamente al rischio di continue piccole o grandi decisioni sbagliate, inutili o dannose: dalla salute alle finanze, dall’educazione al lavoro.

C’è però una via d’uscita che emerge, da qualche tempo, a cavallo tra design e tecnologia:la sfida di creare prodotti, servizi ed esperienze che eliminino dalle nostre vite le scelte non necessarie o che le prendano per nostro conto, liberandoci per dedicarci a ciò che consideriamo realmente importante. Si chiama “Anticipatory Design” e in verità è già da tempo intorno a noi: fatto di motori di ricerca semantici, algoritmi predittivi, applicazioni, servizi o prodotti intelligenti in grado di conoscerci talmente bene da imparare ad anticipare i nostri bisogni o a risolverci un problema prima ancora che si presenti (es. Google Now).

In fondo si recupera, in salsa digitale, una vecchia abitudine analogica: quando in un negozio ci si trovava di fronte a un dilemma sulla scelta, si chiedeva al venditore: “Lei che cosa mi consiglia?’ Non riesco a scegliere.” Lo stesso vale quando passiamo dall’altra parte e da utenti ci mettiamo nei panni di chi progetta o crea un brand, un servizio, un prodotto, un’esperienza. È ciò che la frase del titolo (*cit. Bruce Mau, Massive Change) identifica come il dilemma principale di ogni progetto: ora che siamo in grado di fare/realizzare pressoché qualsiasi cosa riusciamo a immaginare, cosa facciamo?

Scegliere/decidere è a questo punto più difficile e problematico che immaginare e realizzare. Ci sono così tante informazioni e strumenti e opzioni percorribili che nel tentativo o nella paura di perderne qualcuna o di sbagliare ci troviamo di fronte a un blocco conosciuto anche come “paralisi delle opzioni” o “fear of missing out” (FoMo), la paura di perdersi qualcosa. Ma anche in questo caso a venire in nostro aiuto nel processo decisionale è il design nella sua dimensione anticipatoria e predittiva. Con gli strumenti del design possiamo oggi visualizzare, prototipare e misurare gli effetti di una o più soluzioni prima di renderle operative, di investirci del denaro, o di immetterla sul mercato.

Possiamo testarla, valutarla, metterla a confronto. Fatto questo avremo una motivazione più forte e informazioni più utili per poterci prendere la responsabilità di decidere. In fondo il bello del design è che è un’azione che ha dietro un pensiero critico ma a differenza della critica si assume la responsabilità dell’azione.


Articolo tratto dal Quaderno #9, di weconomy

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