Politica italiana: chi la capisce?

Forse sono io che non capisco. C’è stato un referendum che è stato vissuto, come sembra emergere a posteriori, come un giudizio sull’operato del governo dall’alto della ritrovata democrazia partecipativa.

Le riforme oggetto del referendum hanno solo parzialmente interessato gli elettori, felici di poter finalmente far sentire la loro voce. Voce che non poteva che essere un urlo di protesta, considerati i risultati (quelli veri) ottenuti dal relativamente giovane governo.


Ora siamo al redde rationem. E qui sta l’incomprensibile. I vincitori del No sono convinti di aver fatto una vera e propria rivoluzione. Vogliono andare presto alle elezioni e subito dopo, conquistato il Palazzo, vogliono applicare nuove drastiche regole: via gli emigranti, via dall’euro, botte all’Europa germanica, tasse al 15% e via discorrendo. Tutti, o quasi tutti i sostenitori del No, ronzano attorno a questi ragionamenti. Il rischio è che facciano la fine dell’improvvisato sindaco di Roma. Tanto fumo, poca trasparenza e niente arrosto.


Per arrosto intendo la presenza di leader preparati, attorniati da una squadra dirigente esperte e motivata che sappia dove mettere le mani.


Gli sconfitti del Sì, invece, sembra abbiano capito ancora meno. Anche se prima sostenevano il contrario ora parlano di voto politico e, di conseguenza, si considerano i depositari del 40% dei consensi.
Per loro le riforme intraprese vanno portate sino in fondo; la ripresa c’è e solo i bastian contrari non la vedono; l’Europa va assecondata e quasi riverita, anche se non consente gli investimenti; le porte agli immigrati vanno tenute spalancate, pur in mancanza di organizzazione; le tasse, che per le imprese sono arrivate a superare il 60%, vanno mantenute perché la pressione fiscale è in calo.


Insomma, parliamoci da manager: l’azienda Italia è un gran casino e gli imprenditori/i politici di riferimento sono tanto lontani dagli ormai clienti/sudditi/cittadini che li stanno conducendo per mano verso il baratro.


Avremmo potuto sperare in un intervento del Presidente della Repubblica che imponesse di ricominciare la discussione sulle riforme costituzionali, confermasse il presidente del Consiglio incomprensibilmente dimissionario imponendo un rimpasto della squadra dei ministri. Avremmo potuto sperato che il Quirinale, in qualche modo, avesse potuto orientare la politica verso un cambiamento di rotta, rimandando le elezioni alla scadenza naturale della legislatura, con elettori forse più maturi, leader e partiti più consolidati e una legge elettorale ponderata e non frettolosa. Ma ciò non è accaduto.


E quindi? Non ho la soluzione, anzi… di fronte a questo quadro ribadisco ancora la mia incapacità di capire quello che accade e il bisogno di un confronto sull’attualità politica italiana, privo di animosità e legami ideologici.

Facebook
LinkedIn
WhatsApp

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Cerca