Facciamo davvero i conti

In questi giorni i dirigenti dell’industria iscritti all’ex gestione Inpdai sono sotto attacco. Uno studio dell’Inps dimostrerebbe che l’88% delle loro pensioni subirebbe una riduzione se calcolata col metodo contributivo, e quasi una pensione su 5 una riduzione superiore al 40%. Nel complesso, considerando non il numero delle pensioni ma gli importi lordi in pagamento, si avrebbe una riduzione media del 23,4% delle pensioni in essere ricalcolandole col metodo contributivo.

Che bella scoperta: si certifica che soprattutto se si ricalcolano pensioni liquidate diversi anni addietro il sistema retributivo è più favorevole del sistema contributivo!

Non voglio entrare nei dettagli tecnici sulle distinzioni regolamentari più favorevoli dell’allora Inpdai. Penseranno i colleghi di Federmanager a ricordare le colpevoli omissioni della ricerca dell’Inps e i vantaggi ma anche le limitazioni di un sistema che comunque, appena sono cessate le condizioni per esistere, è per l’appunto cessato.


Se vogliamo ritornare sul passato, insomma, si aprirebbe una discussione sulle cattive pratiche di un’Italia sprecona che ha favorito molte persone e penalizzato la collettività nel suo insieme.

Vogliamo rivedere tutte le pensioni di anzianità? Vogliamo ricalcolare le pensioni sociali regalate a chi ha evaso per una vita fisco e previdenza? Vogliamo ricordare le pensioni maturate con 15 anni 6 mesi e un giorno? Quelle del sistema pubblico? Quelle dei militari? Vogliamo rifare i conti per tutti? Non andiamo oltre…

Anche perché, riflettendo sullo studio citato all’inizio, si nota che le differenze tra il metodo di calcolo retributivo (che prevedeva penalizzazioni crescenti per i redditi più alti, imponendo coefficienti di calcolo delle pensioni decrescenti al crescere del reddito) e quello contributivo, sarebbero ancora più evidenti per i redditi meno elevati.


Tornare sul passato, dunque, non si può. Ritengo invece che i cittadini italiani si meritino maggiori certezze per il futuro e che un eventuale “ricalcolone” non sia praticabile anche perché, per farlo in estrema coerenza, bisognerebbe aggiungere tutte le partecipazioni al sistema sociale.

Bisognerebbe per esempio quantificare la partecipazione al fisco degli stessi pensionati. Vogliamo scommettere che, calcoli alla mano, chi percepisce o ha percepito un medio alto-reddito da lavoro dipendente (in virtù della sana regola che chi più guadagna più tasse paga) ha versato più di quanto ricevuto? E che queste persone, quindi, hanno contribuito al funzionamento (quindi all’assistenza, al SSN, al sistema degli ammortizzatori sociali ecc.) di tutto il sistema?


Non dimentichiamo che i dirigenti e quadri, circa 948 mila persone pari al 2,3% dei contribuenti, con oltre 31,5 miliardi di imposta netta, concorrono per il 34,3% al gettito totale IRPEF. Sommando le addizionali regionali e comunali, l’Iva e tutte le altre tasse dirette e indirette, la pressione fiscale sulla categoria supera il 75%… un vero record mondiale.

Se volessimo davvero ricalcolare e togliere i privilegi del passato bisogna fare i conti su tutto questo e, onestamente, riconoscere da chi è stato finora sostenuto questo Paese.

Fatte le somme possiamo anche redistribuire oneri e onori. Vediamo chi ci guadagna, in barba al sacrosanto principio della solidarietà.

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